
Mia madre era una donna poliedrica: risoluta e ottimista in molte circostanze, remissiva e pesante in altre. Insomma non era una persona facile sebbene possa dire con certezza che i lati migliori del suo carattere prevalessero su quelli peggiori.
Ebbene, nel suo pragmatismo vorticoso e vitale, quando leggeva in me una vena di confusione o tristezza aveva un solo e definitivo consiglio da darmi: “vatti a sbiondazzare”. Proprio così, secco.
La ricetta ai turbamenti adolescenziali, ad una bocciatura, ad un litigio amoroso era sempre la stessa. Tutto era risolvibile con qualche “colpo di sole”.
Riteneva, evidentemente, che la schiaritura della chioma potesse arrivare fin dentro le idee. A volte funzionava, di norma no.
Con ogni probabilità il sistema si rilevava fallimentare poiché, da un certo punto in poi, non mi sono limitata più a schiarire. Ho aggiunto qualche piccola variazione sul tema.
Diciamo che ho abusato della terapia.
Andando indietro con la memoria mi rivedo con capelli lunghissimi color mogano o dei riccioli nero corvino. E poi stirature, permanenti, caschetti, frangette improbabili. Ho addirittura osato con un taglio cortissimo color rame che mi ha fatto somigliare per mesi ad un vecchio gettone telefonico.
All’inizio mia madre protestava apertamente – in una occasione, avrò avuto 13 anni, mi riportò di peso dal parrucchiere per fare ristabilire una gamma di biondo di suo gusto – di recente si limitava a guardarmi con aria di disapprovazione.
Proprio oggi riguardando vecchie foto mi sono resa conto che i miei capelli cambiavano in concomitanza di momenti importanti – quelli di cui ti accorgi dopo averli vissuti. Dal loro aspetto riesco a ricostruire molte tappe della mia vita
Da quando mia madre non c’è più sono tornata bionda come piaceva a lei e se di tanto in tanto mi sento triste, in sua memoria, corro dal parrucchiere e mi faccio “sbiondazzare”.
Vuoi vedere che funziona?
