
Dicembre 2008 Mostra D’Oltremare
Era una giornata di dicembre carica di aspettative e sogni, la prova finale di un lungo percorso di vita e di studi. Tutto si decideva in quei tre giorni stremanti di compiti scritti in bella grafia: l’esame di Avvocato.
Sembrano passati secoli: per imbrogliare l’unico sistema era ancora cartaceo e non digitale. Di gran moda le fotocopie in miniatura delle dispense. Chi le portava dietro lo faceva più per scaramanzia che per la reale possibilità di consultarle vista la confusione e la scomodità di occultarle sul proprio corpo.
Io avevo desistito. Non mi piace imbrogliare proprio non ne sono capace e poi avrei dovuto indossare una sorta di cartucciera, quasi come un terrorista di parole. Avevo appena compiuto 25 anni e me la sentivo proprio di fare tutto da sola. Avevo ragione perché l’esame andò bene e potei smantellare la lunga scrivania, fatta con una tavola di compensato, che stazionava prepotentemente in camera da qualche mese.
Ottobre 2021 Mostra D’oltremare
Da quel dicembre 2008 ho esercitato la professione di Avvocato per 11 anni, mi sono sposata e ho una bimba meravigliosa. Ho cambiato una città e un paese.
Ora non esercito la professione di Avvocato. Non è più nelle mie corde. Cosa fare adesso con la mia laurea in legge e una professione che ha smesso di appassionarmi?
Le voci intorno a me hanno iniziato a bisbigliare sommessamente “concorso, concorso”. Piano piano anche la mia voce interiore – quella stacanovista e impicciona - si è unita al coro.
E concorso sia.
Questa volta la mia scrivania non esisteva: ho studiato in balcone, in cucina, in camera da letto (no, sul gabinetto no!).
Ed eccomi qui di nuovo alla Mostra D’Oltremare. Questa volta la bella grafia non conta: non è necessario scrivere. La prova è affidata al tablet con risposte multiple. L’idea di poter imbrogliare, anche solo per romanticismo, non sfiora nessuno. Siamo distanziati e controllati a vista.
“Metta via quell’orologio digitale” mi ha intimato uno degli addetti al controllo, con sfoggio di potere. “Ma ha solo il cardiofrequenzimetro” stavo per replicare, prima di pensare che sarebbe stato più semplice riporlo.
Mi sono guardata intorno e ho pensato a come era diverso il clima in quel padiglione del 2008.
Certo i “tipi da concorso” erano ancora tutti presenti: quello con la scorta di viveri rigidamente comprensiva di mela (che poi perché uno debba mangiare in ogni occasione non l’ho ancora capito), il litigioso, l’incontinente emotivo.
In quella sala così silenziosa, distanziata, dai volti coperti e affidati a delle spunte su un tablet mi sentivo veramente fuori luogo. Ad un tratto, in un battito di ali, è entrato un piccione così a turbare l’atmosfera apocalittica da spunte. Tra l’ilarità generale si è piazzato proprio sulla tensostruttura in corrispondenza della mia testa. Per fortuna il cronometro della prova non era ancora partito e il controllore mi ha addirittura concesso di alzarmi ma solo per qualche secondo e sotto il suo vigile sguardo.
Io osservavo il piccione e lui osservava il mio tablet. La mia vocina interiore, sempre lei, mi ha detto “lo vedi, è un segno. Porta fortuna”. A quella stronza avrei voluto dire che era solo per colpa sua se mi ritrovavo lì con un piccione che voleva farmela in testa.
In effetti sui segni sono molto scettica. Credo siano sempre indirizzati da quello che noi vorremmo significassero. Infatti la mia voce preponderante, quella spavalda, sperava che il piccione colpisse a pioggia l’intera postazione costringendomi a una ritirata strategica. Purtroppo non è avvenuto.
Ho concluso la mia prova. Aspetto l’esito per capire quale fosse il messaggio di quel piccione se “dai, scappa!” o “in bocca al lupo”. Forse, più semplicemente, aveva assecondato anche lui una voce interiore volando dove non voleva e si sentiva fuori luogo, proprio come me.
