racconti

Stupidera

“Questo può tenerlo…”.
Così mi ha detto il funzionario, ieri, restituendomi l’involucro di plastica del mio tesserino di avvocato. Ha timbrato più volte l’istanza di cancellazione, con la forza e la solerzia tipica di chi è abituato a vedere scorrere.
Cancellazione. La parola è brutta assai. E infatti, al contrario dell’iscrizione, nessuno applaude, nessuno è lì a festeggiarti, non si giura più. È sufficiente passare allo sportello “cassa”, far vidimare quelle poche parole, pagare, attendere qualche giorno per la delibera. Consiglierei dei rianimatori da allertare quando ci si va a spogliare della propria professione. Ieri, mentre ciò avveniva, immaginavo il film di animazione Inside Out: quando crollano le isole dei ricordi e il team delle emozioni lancia un allarme generale. Beh, la mia isola in Tribunale era un tutt’uno di famiglia, amore, “stupidera” (chi ha visto il film capirà). Qualche anno fa, una serie di eventi, ha spento una parte del mio cuore. Così, come se si fosse ingrigita. È un pezzo piccino, per fortuna ne ho tanto ancora intatto. Ma, mi serviva in quella isola. Per l’isola dell’avvocato ci voleva quel pezzo tutto suo.
Molti attorno a me storcono il naso. Mi domandano incessantemente cosa farò. La domanda è mal posta. Provo a spiegare che non si fa l’avvocato e che avvocato si è o non si è. E che senza quella parte necrotizzata io non lo sono più. Come diceva Calamandrei: “Molte professioni possono farsi col cervello e non col cuore. Ma l’avvocato no. L’avvocato non può essere un puro logico, né un ironico scettico, l’avvocato deve essere prima di tutto un cuore: un altruista, uno che sappia comprendere gli altri uomini e farli vivere in sé, assumere su di sé i loro dolori e sentire come sue le loro ambasce.”.
Mio marito mi esorta a non essere triste. In diciotto anni trascorsi nell’isola degli avvocati i ricordi sono tantissimi. Mi dice che, quelli, non si cancellano. È così.

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