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Quando morì mia madre, e ormai urge il passato remoto, accadde tutto in fretta: 20 minuti. Anni 73, in motorino e tornando dal mare. Una combinazione assolutamente inaspettata. Così, dopo un abbraccio negato in ospedale (salma sequestrata) e vari giorni – tra autopsia, Procura e burocrazia – giungemmo alle esequie. Eravamo ancora tutti sotto shock. Mio padre, in particolare, era completamente assente: a me, il compito pesante, di dargli voce. Loro, i miei genitori, si erano conosciuti facendo politica insieme. Nel mio “coccodrillo” non volevo dimenticare quella storia: la loro. Ma ero comunque in imbarazzo: la chiesa sarebbe stata gremita, nonostante la non più giovane età, e che c’entrava la politica?

Una sola piccola parola, anzi un aggettivo, mi sentii di pronunciare. Chi voleva intendere, capì. Chi non sapeva, probabilmente non ci fece neppure caso.

Per la poesia che lessi alla fine, scritta da mo padre nel ‘79, mi ci volle molto coraggio. Ma la sussurrai facendola scivolare via, come se invece di mio padre, Paolo, fosse l’apostolo.

Non volevo che emergesse una linea di pensiero. Ero assolutamente certa che nella morte si dovesse azzerare tutto, anche se si è creduto di aver ragione.
E non perché speri nell’aldilà. Forse, proprio al contrario, perché credo nell’aldiqua.
È così, che mi atterrisce questo tam tam sulla morte di Michela Murgia.

E non mi era neppure simpatica.

Un tam tam crudele. Quasi a contendersi questa vita spezzata troppo presto, come se la cattiveria di chi non era esattamente d’accordo con lei ne avesse segnato questo orribile destino.
Non è cosi.
Consiglio di rileggere ”la livella” di Totò. Per i più pigri di mente (e quindi di buone gambe) … molta aria fresca.

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