Gli incontri casuali sono i miei preferiti, quelli per strada in particolare. Degli occhi familiari nella moltitudine, un sorriso di sorpresa e di tanto in tanto addirittura un “prediamoci un caffè”. Quando vivevo all’estero, a Lugano, mi mancava molto questa eventualità. Avevo ovviato, in parte, identificando una serie di cloni di persone conosciute, tormentando mio marito con rassomiglianze improbabili: “hai visto la cassiera? Non trovi sia uguale a …”. Chissà se hanno inventato anche un nome per questo tipo di patologia e dove mi potrei collocare in ambito psichiatrico. Non che mi importi molto, perché questa cosa mi piace e anzi ho un po’ di nostalgia all’idea di non poter incontrare, per caso, qualcuno.
Questa mattina ero con mio marito a Via Toledo: mattinata luminosa di primavera, aria frizzantina, strada pedonale. Luogo perfetto ça va sans dire. Passeggiavo tutta felice, di quella gioia un po’ vacua per intenderci.
Quasi a destinazione, come evocato, un uomo di mezza età fa un cenno a mio marito: “Dottore, che ci fa qua?” Stefano, al telefono, prosegue limitandosi a un gesto del capo. L’uomo, questa volta, si avvicina a me: “quanto tempo che non ci vediamo…”. Con grande entusiasmo mi stringe la mano. Occhi negli occhi inizio scavare nella memoria. Quel viso mi sembrava del tutto estraneo. “Vedi che succede a vivere all’estero” ho pensato, mentre l’uomo continuava a sciorinare nomi di ascendenti e discendenti fino al quarto grado. Ormai non lo ascoltavo più, stavo aprendo mentalmente varie caselle. Niente. Ad un tratto mi dice che deve darmi una brutta notizia: sua moglie l’ha lasciato ed è in grande difficoltà. Non ha avuto il coraggio di portare a termine il discorso: avevo capito. Nessun incontro casuale perché noi non ci eravamo mai visti prima. Devo aver avuto un’espressione così triste mentre istintivamente facevo un passo indietro e gli occhi si facevano duri. “Mi scusi. Non le avrei chiesto dei soldi, davvero…” ha provato a rimediare.
Mi sono allontanata e ho raggiunto mio marito qualche metro più avanti. “Chi era quello che ci ha salutato?” mi ha chiesto. “Il lupo cattivo” ho risposto, le guance tinte di rabbia e imbarazzo.
Durante il tragitto di ritorno ho tenuto gli occhi rigorosamente a terra. Poi un messaggio di una cara amica: “sono in banca, vi ho visti passare”. Ho sorriso. “Ti aspettiamo al bar all’angolo per un caffè” ho digitato in fretta, tirando su pimpante il mio cappuccio rosso.
