"Resta ancora un po'”. Così ultimamente saluto Zelda prima di andare a dormire. Lei è la mia gatta da diciotto anni, è quasi pari il tempo trascorso insieme che quello senza. Zelda “parla” di solito, si fa capire. I suoi MIAO sono esplicativi. Negli anni abbiamo trovato un modo per comunicare: il “miao, sì” è profondamente diverso dal “miao, no”. Nei nostri dialoghi surreali sembriamo una vecchia coppia: “Vuoi l’acqua Zelda?” “Miao, no”. “Allora croccantini?” “Miao, no”. “D’accordo, ho capito, tieni il tonno ma se poi stai male non lamentarti”. D’altronde viviamo insieme da quando ci siamo incontrate una sera, per strada. Non ci siamo mai sposate solo perché il matrimonio “misto” non è previsto. Accettiamo i nostri difetti, come la sua pessima abitudine di mordermi alla quarta carezza e la mia, peggiore, di imprecare ad ogni suo disastro. Adesso è in quel momento della vita che per un gatto è la terza età. Lei la vive con fierezza e con la giusta cazzimma: anche se la guardo con dolcezza, a volte con un velo di malinconia, mi rimette in riga. “Resterai ancora un po' Zelda?”. A questa inutile domanda, che le pongo mentre l’accarezzo prima di andare a dormire, non risponde. Mi osserva. Mi guarda fisso fisso, con i suoi occhi velati dall’età. Tace, quasi si imbarazza. Ciò che le chiedo lo capisce, dal tono, dallo sguardo. Sono certa che se potesse parlare mi direbbe che ha l’artrosi, che è stanca. E poi quel gatto cucciolo che gira per casa le fa gli agguati tutto il giorno. E questa storia che non salta più come un tempo. Che insomma, sì, ci proverà. Ma non garantisce. Facciamo finta di niente alla fine, ci salutiamo. “Buonanotte Zelda”. “Miao”. “È solo un gatto” potrebbe dire qualcuno. In realtà è molto di più, lei, la mia migliore amica.

Delicato e sottile. In punta di zampe. Mi è piaciuto tantissimo
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